domenica 10 maggio 2020

La dignità                                                                                                                                             C’è la stessa dignità tra un poeta che scrive una poesia                                                                      e un uomo che coltiva la terra

giovedì 23 aprile 2020

Leopoldo De Fazio Abitante di Migliuso e podesta' di Serrastretta dal 1927 al 1929

Leopoldo De Fazio, un genio incompreso a Serrastretta

IN CALABRIAEVENTI&CULTURASTORIAPOPULTIME NOTIZIEON  

Poeta, giornalista e anarchico, De Fazio condusse una vita irregolare e avventurosa, culminata nella adesione al fascismo che lo deluderà moltissimo.


Leopoldo De Fazio nacque a Serrastretta (CZ) il 28 agosto 1865 da Giuseppe, farmacista e piccolo possidente terriero e Filomena Scalise, secondo di tre figli. I De Fazio ben presto si stabilirono nel casino di campagna in località Migliuso, dove Leopoldo trascorse la fanciullezza leggendo moltissimo grazie alla ricca biblioteca di famiglia e dove sviluppò una personalità orgogliosa, insofferente e libera.
Iscrittosi controvoglia a studi di ragioneria, si diplomerà a Reggio Calabria dove conoscerà i primi rudimenti di socialismo e anarchismo. Frattanto il fratello maggiore Michele decise di condurre i suoi studi universitari in  ingegneria a Roma e riuscì a convincere tutta la famiglia a trasferirsi con lui.
Leopoldo giunto nella capitale iniziò a fare il cronista per alcune testate giornalistiche di tendenza anarco -radicale o socialista quali L’Italia, l’Associazione StampaIl Bruscolo e l’Asino, grazie ai quali si inserì in importanti circoli politici e culturali e dove poté conoscere personalità insigni quali Luigi Bertelli (l’autore de Il giornalino di Giamburrasca), i poeti Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio, l’attrice teatrale Eleonora Duse e i politici Ricciotti Garibaldi (figlio di Giuseppe e di idee democratiche), Filippo Turati (fondatore del PSI) e sopratutto, di cui fu sincero amico, Felice Cavallotti (poeta, anarchico e fondatore del partito radicale nel 1904). Circa in questo periodo sposava Elodia Pagliusi, da cui ebbe un figlio, Gino, morto precocemente.

De Fazio latitante politico

Nel frattempo nel 1876 l’Italia, da qualche decennio unita, subiva un cambio epocale di governo col passaggio dell’esecutivo dagli esponenti della Destra Storica alla Sinistra Storica con capo Agostino Depretis che inaugurò una politica trasformistica e reazionaria nell’ambito delle libertà civili, che trovò la massima espressione politica con i governi presieduti da un ex mazziniano democratico, poi convertitosi monarchico quale fu Francesco Crispi, il quale nel 1894 soppresse con la forza il movimento politico detto Fasci siciliani, che altro non erano che leghe di operai e contadini di ispirazione libertaria, anarchica e socialista che chiedevano diritti sociali. De Fazio era ormai da tempo a loro vicino politicamente e in veste di cronista documentò alcuni scioperi dei fasci siciliani, repressi con la violenza e il carcere duro per molti suoi partecipanti, internati presso il carcere di massima sicurezza ad Orbetello (Grosseto), dove il De Fazio, travestito, riuscì ad entrare in incognito per raccogliere testimonianze sulla detenzione inumana a cui erano soggetti i prigionieri e che documenterà nel libro I coatti politici (1894), fatto stampare dai suoi amici socialisti. Colpito da censura per questa pubblicazione, per sfuggire al carcere De Fazio si andò a nascondere nei boschi della Sila, dove visse fino all’amnistia concessa nel 1896 dal governo presieduto dal marchese Antonio Starabba di Rudinì, in compagnia di un avvocato di simpatie socialiste originario di Mesoraca (KR), Ugo Stranges.
In questo periodo di forzato esilio scrisse la maggior parte delle sue future raccolte poetiche. A causa di questa lontananza dalla famiglia il suo matrimonio con la Pagliusi naufragò e De Fazio ritornato a Roma conobbe la scrittrice e poetessa Nice Pucci (da lui poeticamente ribattezzata Nada) di cui si innamorò perdutamente tanto da andarsi a ritirare con lei nel vecchio convento di Grillo a Carlopoli (CS), dove ebbero un figlio, Ennio. Nel 1897 si candidò per il Parlamento nel collegio elettorale di Serrastretta, ma fu sconfitto dal riconfermato Gaspare Colosimo.
Serrastretta (CZ),oggi.

De Fazio poeta

La poetica del De Fazio risente molto degli ideali politici giovanili dell’autore, anarchici e socialisti che si riflettono nei suoi componimenti dove sono sviluppati i problemi sociali e di sottosviluppo della sua Calabria, avendo per modello stilistici Carducci e D’Annunzio (di cui fu molto amico personale). La poesia di De Fazio non solo denuncia ma è quasi compartecipe della condizione sociale e psicologica delle genti calabresi, oppressi da atavica povertà materiale e culturale, dai rapporti di lavoro ingiusti e caratterizzati dallo sfruttamento da parte dei proprietari terrieri, in un contesto umano però in cui vigono ancora relazioni autentiche nonostante la miseria, la solitudine e l’angoscia.
Il metro adattato dal De Fazio infine è spesso molto musicale, con creazione stilistiche molto eteree, quasi mistiche, in cui riecheggiano voci occulte che percepisce solo l’anima del poeta, il quale in alcuni componimenti aventi per soggetti la natura, le piante divengono quasi umanizzate e sono metafore dei vizi e delle virtù degli uomini. Le opere poetiche di De Fazio sono Canti proletari (1910), Canzone Vegetale (1906), Collana di Nada (1910) tutte raccolte nel 1977 dal concittadino Giuseppe Mascaro in Poesie. Il De Fazio ebbe l’ammirazione per la sua opera poetica fra i tanti da parte di Michele Pane (che gli dedicò la poesia Il vento de la Sila), Vittorio ButeraFelice MastroianniPalmira Fazio Scalise.
Roma, inizio XX secolo

L’adesione al fascismo

Nel 1900 il suo grande amore Nice Pucci morì sconvolgendo l’esistenza del De Fazio che per qualche tempo girovagò per l’Italia come un vagabondo sbandato. Morto il fratello Michele nel 1905, Leopoldo ne divenne erede delle sue proprietà a Serrastretta, in cui andò a vivere rinchiuso in casa a studiare. Dal 1911 al 1921 con discontinuità promosse agitazioni a Serrastretta fra i sediari e la classe agricola cittadina contro il ceto proprietario che non pochi problemi produssero in termini di ordine pubblico. Ritornò comunque a Roma dopo il 1910 e qui nel 1913 conobbe Benito Mussolini, allora brillante direttore del quotidiano socialista l’Avanti! e leader indiscusso dell’ala rivoluzionaria del PSI che fascino moltissimo il De Fazio, il quale reputò il maestro romagnolo l’unica personalità capace di concretizzare gli ideali socialisti radicali da lui vagheggiati fin dalla gioventù. Con la fondazione dei Fasci di Combattimento (1919), il De Fazio inizialmente ne fu contrariato, ma poi si convinse anche di questa “svolta” mussoliniana, patriottica e conservatrice, tant’è che il De Fazio nel 1922 presiedette l’inaugurazione e tenne il discorso per il Monumento ai Caduti della sua Serrastretta forse non solo nelle vesti di giornalista ma già tesserato al PNF.
Serrastretta, 1923. De Fazio con il Direttorio del PNF e il parroco.
Nel 1926 si stabilì definitivamente nel paesello natio dove, con l’introduzione della figura del podestà al posto del sindaco e della giunta comunale, ne divenne il primo, ma solo per due anni (1927-1929) invece dei quattro previsti. Nell’assumere l’ufficio si ripromise di portare Serrastretta nella modernità, ma riuscì solo a far costruire un acquedotto che servì sette fontane pubbliche e di far aprire la scuola Media del paese. Lasciò l’incarico precocemente in quanto nel frattempo il De Fazio rimase deluso da alcune accuse di varia natura contro di lui (quali di essere un concubino, di aver rubato soldi a privati cittadini  in cambio di favori e alle cassi comunali per spese private, di aver intascato tangenti sulla vendita di beni del comune, di aver fatto assunzioni di suoi amici senza concorso pubblico, di uso improprio dell’alloggio comunale, di coltivare amicizia con antifascisti locali e di aver avuto poca considerazione del direttorio fascista locale nelle scelte amministrative), lo spinsero non solo alle dimissioni, ma anche a vendere ogni sua proprietà a Serrastretta e a chiudere i rapporti personali con parenti e amici.

La morte e il ricordo postumo

Ritornò nuovamente a Roma, dove si chiuse nel silenzio più assoluto, in uno scetticismo politico ed esistenziale molto grave. Povero e solo, morì quasi novantenne nel 1953 presso l’Ospedale San Giovanni. Come già accennato, il De Fazio cadde nell’oblio letterario. Ad oggi, oltre alla ristampa delle sue raccolte poetiche del 1977, il De Fazio è ricordato con l’intitolazione a sua nome della via dove nacque a Serrastretta.


Read more https://www.lameziaterme.it/leopoldo-de-fazio-un-genio-incompreso-a-serrastretta/

mercoledì 1 novembre 2017

Cappellazzi

I cappellazzi:
 sono un fritto della tradizione della nostra zona, si impasta farina, patate lesse e schiacciate dose 1 a1 e acqua aggiungendo un po' di formaggio (pecorino o caprino, si aggiunge sale Q/B e prezzemolo tagliuzzato, si fa' un impasto tanto quanto è possibile stenderlo con il mattarello facendo delle sfoglie rotonde dalla dimensione  di 20 cm di diametro, in una padella si mette l'olio d'oliva fino a temperatura tale per friggere, si prendono questi cappellazzi e si friggono, prima, si tolgono dalla padella quando assumono un colorito dorato e si depongono sulla carta per soffitti, e' preferibile consumarli ancora caldi accompagnati da un bicchiere di vino rosso, si possono consumare anche freddi.
I cappellazzi si possono fare in qualsiasi giorno dell'anno ma nelle nostre case non e' festa di tutti i Santi se in tavola non spiccano i CAPPELLAZZI;
Buon Appetito



domenica 21 dicembre 2014



Nuovo Brigantaggio nelle zone

Feroleto, Pianopoli, Accaria, Angoli,
Migliuso, Cancello,
Nocelle, Amato, Bianchi,
Serrastretta, Castagna, San Pietro Apostolo.

Pietro Paolo Mancusi detto Parafante
Pietro Paolo Mancusi detto Parafante, nato a Scigliano, nel 1806 si affilia al partito Borbonico, si mette alla testa di componenti fuoriusciti dalla banda di Francatrippa, il quale emigrò in Sicilia,






Paolo Mancuso meglio conosciuto come il brigante PARAFANTE, nacque a Serra di Scigliano nel 1783, figlio, insieme a 5 fratelli, di Francesco Mancuso e Francesca Coltellaro di Marturano. Soltanto un fratello era di indole buona e si fece prete: Antonio, impiccato dai francesi a Nicastro insieme alla sorella. Gli altri: Giacinto, sanfedista assassinato in gioventù; Fortunato anche lui assassinato; Pasquale, Sanfedista come i fratelli, si rifugiò in Sicilia.
Paolo, andò a scuola fino a 10 anni, a 17 anni si unì al Cardinale Ruffo nella impresa di Matera, Altamura ( dopo questo assedio,molti briganti tra cui Carnegrassa, Francatrippa, Benincasa, (abbandonarono l'armata e tornarono indietro carichi di bottino) e  Crotone contro i Francesi.
Il Brigante Parafante è stato descritto come scuro di carnagione, dal carattere malinconico e triste. Una leggenda vuole affetto da varicella all’età di 5 anni, questa gli sfigurò terribilmente il viso, tanto che persino i genitori lo tenevano lontano. Dopo la sconfitta Sanfedista e l'invasione francese cedette le armi al Generale Amato accettando l'amnistia. Tregua che durò poco, dato che rifugiatosi in Sila nella zona del Gariglione insieme a 50 uomini iniziò il Brigantaggio. Inseguito dal generale Amato fino a Cerenzia, riuscì a raggiungere S. Giovanni in Fiore. Il generale Amato fece impiccare per ritorsione molti briganti catturati nell' inseguimento, compreso il fratello Giacinto Mancuso, lasciandolo penzolare dalle mura della città di Cosenza. La notizia della morte dei suoi fratelli, fece infuriare Parafante, che perse la testa diventando più temerario e spietato sia con i Francesi che con i nobili.
Il 14 febbraio 1810 fu ucciso nel bosco di Cancello, dove esiste un torrente che ad un certo punto forma un piccolo laghetto  detto  di Parafante.Vicino Feroleto alle spalle di Nicastro. Il suo ultimo atto da brigante fu l’uccisione di Giuseppe Testo, comandante della guardia civile di Platania. Parafante e le sue truppe furono decapitati e smembrati dai francesi e i loro corpi furono portati trionfalmente come trofeo in giro per i villaggi fino alla città di Cosenza.
Parafante, brigante temutissimo era tra i più potenti della Calabria insieme a Fradiavolo, Panedigrano, Francatrippa , svolse diverse azioni per conto degli inglesi.
Da alcune testimonianze dell’ epoca alcune tratte dal libro "Brigantaggio" di Manhès e Farlan riportiamo :
“Parafante nello stesso anno (1791) del mese di ottobre assaltò colla sua compagnia la comune dei Parenti,e propriamente alla casa di Filippo Cardamone, acciò ci potesse cadere acconcio di uccidere Giuseppe Cardamone figlio di Filippo,perchè costui era capitano civico,e cercava la sua distruzione,pur nondimeno si fece resistenza all'interno del paese,pose però Parafante fuoco al palazzo di Cardamone,ed in quello conflitto restò ferito il signor Pietro Cardamone zio del capitano nell'occhio sinistro,di cui oggi ne è privo. Essendo la sua compagnia numerosa ebbe l'intento di entrare nel paese,per cui entrati dentro,fecero un saccheggio lo più minuto che mai. Parafante domandò poi una somma di ducati settecento,a cui non si volle aderire. E da ciò ne derivò dichiarata inimicizia tra questa famiglia di Cardamone,con detto Parafante;con lui vi era unito il nominato Niurello,e sempre facevano dei furti in ogni ceto di persona che incontravano. Parafante poi si portò nella Sila nel mese di settembre corrente anno nel luogo detto Varco di Piazza nella mandria di Antonio Cardamone ,e Filippo Cardamone soci,ambedue della comune di Parenti,ed avendo ivi ucciso dodici vitelli,undici bagagli, nove vacche,e si prese per comodo dei briganti suoi compagni giumenti numero quattordici,e pose fuoco a tutti gli utensili di rame,e di legno,solamente lasciò il tugurio per comodo dei foresi. Dopo di aver fatto questo delitto passò all'ovile dei stessi soci,ed uccise a colpi di coltelli quattrocento pecore che erano ivi racchiuse. Parafante fece questi barbari danni, perchè l'anno passato cerò a detto Cardamone una somma di denaro,che sommava a ducati 700, e detta somma li furono denegati. La civica di Carpanzano era nel mese di agosto alla Sila nel posto di Petraravo,comandata dal capitano civico Gregorio Cristino. Parafante assaltò il detto posto nottetempo,ma fu respinto,e fugato dalla stessa civica.Egli vedendosi così respinto,si portò nella mandria di Filippo Cardamone della comune di Parenti e li uccise undici bagagli,ottanta pecore,e undici vitelli.
Parafante nello stesso mese di giugno prese a Rosario Fuoco di Parenti, e con varie minacce di toglierli la vita gli estorse ducati mille,ed a Nicola Greco gli tagliò la lingua nella Sila,nella stessa epoca,per causa che esso avea detto alla civica di Colosimi,di esserci in quei luoghi,un compagno suo ferito. Nel fondo detto Carito,sito nella comune di Parenti di pertinenza della famiglia di Morelli e di Sicilia di Rogliano,tagliò un grandissimo querceto per motivo che il padrone non aveva voluto mandargli alcune cose di oro che li avea domandato. Parafante continuando l'inimicizia colla famiglia Cardamone si prese per ultimo quattro cavalli, cioè uno era di Filippo Cardamone, un altro di Antonio Cardamone, un altro di Costantino Cardamone, ed un altro di Filippo Cardamone.
Il 14 marzo dello stesso anno la civica di Carpanzano, e la scelta sotto il comando del capitano Lacoste del Cetraro,attaccarono a questo assassino nella Sila nel luogo detto Rupe in territorio dei' Parenti,li uccisero due compagni,e ne ferirono degli altri. Parafante si salvò la vita per una folta nebbia,che sopravvenne in tempo dell'attacco,e fu costretto a buttare le armi,e fuggire a piedi nudi,e senza cappello. Nel mese di ottobre dell'anno precedente,fece un biglietto al signor Vincenzino Morelli,domandandogli duemila ducati,questi ricusò,ed avendo avuto la negativa, Parafante con tutti i suoi compagni li tagliò tutti gli alberi fruttiferi,del fondo chiamato Carito …."
“Il comandante della piccola città di Rogliano studiava il modo di prendere quel formidabile capobanda, Parafante, quando un ecclesiastico del vicinato andò a trovarlo e gli annunziò, con aria misteriosa, che aveva da fargli certe gravi rivelazioni; quando notò che il comandante non gli accordava piena fiducia, ebbe a mostrargli alcuni certificati francesi, che lo dichiaravano buon patriota. Allora il comandante, dopo aver bene esaminati i certificati, parve ascoltare l'ecclesiastico con maggiore benevolenza. Il prete affermò, che era nemico personale di Parafante, a causa di un assassinio commesso dal brigante in persona di un suo congiunto, il che non gli impediva di avere relazioni con la banda, relazioni per le quali prometteva di far cadere Parafante nelle mani, dei Francesi, in modo semplice e ingegnoso. Infatti Parafante aveva catturato un cittadino di Rogliano e gli aveva imposto un riscatto di mille ducati, che in quella stessa notte avrebbe dovuto incassare. Il comandante approvò l'espediente e fu convenuto che alle dieci una colonna di cento uomini, condotta dalla guida indicata, si sarebbe avviata con la maggiore segretezza possibile. Ed ecco che a questa guida fu dato un appuntamento fuori la città e quando la si ebbe nelle mani, parte con minacce, parte offrendogli dei danaro si riuscì a fargli confessare che il suo padrone, venduto ai briganti, non aveva altro scopo all'infuori di quello di allontanare da Rogliano la maggior parte della guarnigione, per dare agio ai briganti di fare un tentativo sulla città. Furono subito mandati quattro uomini ad arrestare il prete, che però era già scappato. Alla guida furono legate le mani dietro le spalle e due uomini pronti a far fuoco su di lui al minimo tentativo di fuga, gli furono messi ai fianchi. All'una dopo mezzanotte, la colonna fu posta in un'imboscata conveniente, e vi si tenne in perfetto silenzio. Presto si udì un rumore confuso, che annunziava l'arrivo dei briganti; quando costoro furono a mezzo tiro di carabina, i soldati fecero fuoco; e dieci o dodici furono uccisi ed altrettanti feriti, e infine, uscendo dall'imboscata, i Francesi piombarono su di loro alla baionetta. I banditi fuggirono, ma disgraziatamente Parafante non era con loro, avendo seguito un'altra via. Come aveva detto la guida le due colonne si dirigevano a Rogliano, con l'intenzione di sorprenderla, ma i colpi di fucile e le grida dei briganti erano giunti fino a Parafante, che credendosi tradito da qualcuno dei suoi, passò in altra parte della Calabria, e le vicinanze di Rogliano furono liberate della sua presenza”…
dopo aver guerreggiato, con esiti a lui favorevoli contro i Francesi.
La nuova banda con a capo Parafanti, dimoravano nelle campagne di Rogliano, ma assaltato molte volte alla baionetta dalle truppe Francesi, decise di cambiare aria e per questo scelse di venire a scorrazzare nelle nostre zone.
Il 26 ottobre del 1809 ormai la banda era diventata molto numerosa tanto da contare circa 100 componenti, trai quali 6 muniti di cavallo, attraversando la zona di Accaria giunse nelle campagne di Feroleto dove il 30 ottobre nella Serra di Ervanà distante da Feroleto circa 4 Km, sequestrarono Filippis Fedele e Fazio Antonio (Petraru), nostri compaesani, ad andare con loro fino alla Pietra del Corvo (Sito di geofisica nella Faggeta), che si trova tra i territori di Serrastretta e Decollatura.
In questo luogo appartato uccisero due grossi maiali, li arrostirono e se li mangiarono, dopo il banchetto, intimarono al Filippis e al Fazio di togliersi le scarpe, le calze, il gilet, il berretto, e il falzoletto, e li liberarono, dopo tempo la banda, che o per non sostare nello stesso luogo e anche per procurarsi il nutrimento scorrazzavano in lungo e in largo, si avviò verso le montagne di Acquavona.
In quel periodo era Capitano della Guardia Civica di Serrastretta il sig. Casimiro De Fazio, che riferì il fatto malavitoso al Comandante della Piazza di Nicastro con la richiesta di informare il generale Jannelli.
Dopo avere espletato le informative il Capitano della Guardia Civica con un piccolo numero di civici perlustrarono la zona.
Anche il Generale Jannelli, mobilitò contro Parafanti e la sua banda, tre colonne ciascuna formata da 100 uomini, una comandata dal Capitano Vernetty, una dal Capitano Vilsech e l’altra guidata dal Capitano Charpuis, la loro ricerca risultò infruttuosa.
La banda di Parafanti aspramente perseguitata
si era rifugiata nel territorio di Migliuso, qui aveva trovato alloggio presso Giuseppe Antonio Scalise (Valenti), questo nascondiglio non sarebbe stato scoperto, se non sarebbe accaduto il fatto che adesso vi racconto:
Una donna nativa di Decollatura, accompagnava Parafanti nei suoi spostamenti, questa signora si ingelosì perché il truce Capobanda aveva rapito una fanciulla di 15 anni, della quale si era invaghito.
Un giorno, Parafanti e la sua comitiva scorrazzando nei boschi di Serrastretta passarono vicino a Decollatura.
La donna chiese il permesso di andare al suo paese: Parafanti glielo concesse, ma disse ad un suo bandito di nome Giovanni Falvo di Villanova: ” Scannala che questa ci tradisce”. Il Falvo non credendo a questo tradimento, si rifiutò di espletare l’eccidio, e la donna se ne andò libera a casa sua.
La madre di questa donna ed i parenti la fecero presentare al Capitano della Guardia Civica di Decollatura Carlo Adamo al quale confessò di essere la compagna di Parafanti, avere fatto parte della banda e di aver dimorato a Migliuso nella casa di una donna di nome Cassandra.
E poiché dopo degli accertamenti, in tutto il comune di Serrastretta esisteva solo una donna che potava il nome di Cassandra Mancuso, sposata con Giuseppe Antonio Scalise detto (Valenti) di Migliuso, capirono che la banda di Parafanti si trovava veramente in quella contrada presso la famiglia Scalise. Allora il capitano Adamo assieme al Generale Jannelli stabilirono di condurre con loro la Donna e di circondare tutta la zona da lei indicata.
Arrivò l’alba del giorno fatidico, era il 15 febbraio del 1811, 1500 legionari diretti dal Generale Jannelli e sotto il comando del Capitano Fazio, Adamo e Scalzo partendo da Serrastretta seguirono la donna questa volta vestita da uomo, attraversando i boschi delle Serre e per le colline del territorio Angolese scendendo per i pendii che portano nelle località Cariglietto (Terrazzo pianeggiante panoramico, ulivetato ad est del centro abitato di Migliuso) e quindi giungere di soppiatto, nella Contrada (Valente) di Migliuso .
Non appena Parafanti intravide quella numerosa truppa avvicinarsi disse a Giovanni Falvo di Villanova ed a Pasquale Lo Schiavo detto Gunnella Di Amato: “Vedete là tutta quella gente che viene per assalirci non vi dissi che quella donna ci tradiva?” e Parafanti seguito da 8 briganti e dalla leggiadra fanciulla, si misero a fuggire, scendendo plausibilmente dal versante della fontana del Pantano, per proseguire attraversando le zone impervie e nascoste della fontana di Mangrisciano, continuando a scendere con l’intento di fare sperdere le loro tracce, scavalcando il poggio di Nocelle ed andare ad infrattarsi in una grotta che si trovava nel bosco che guarda a levante tra Nocelle e Malapezza, detto ora bosco di Parafanti, (e precisamente nella zona di bosco di fronte alla località “Tinghi”, che occupa le pendici che vanno dalla strada ora provinciale fino alla valle del torrente Lucente, riscontrabile facilmente perché detto bosco è attraversato da un viottolo riportato sulle mappe, la proprietà di questo bosco ora appartiene agli eredi di Salvatore Vescio conosciuto con il nome di Turillu de Matalena di Sovereto, contrada di Migliuso) ma i legionari li inseguirono. In questo bosco vedendosi accerchiati i Banditi (Masnaideri) sbucarono ad un tratto a sorpresa, da una grotta e quà e là correndo come volpi e imitando i segnali dei legionari, e a sua volta gridando anche loro Morte a Parafante, Morte a Parafante, con il furbesco stratagemma riescono ad attraversare le fila dei legionari.
Le forze dell’ordine li inseguono e proprio il gruppo comandato dal Capitano Adamo, li stringe accerchiandoli, intorno ai briganti i gendarmi sprigionano un grande cerchio fuoco: durante questa sparatoria una pallottola (avvelenata) colpisce ad una gamba Parafante, due suoi seguaci gli cadono a fianco senza vita, un altro fugge, gli altri riparandosi dietro gli alberi e dietro a dei costoni rocciosi, continuando a combattere uccidendo numerosi legionari.
In Fine laceri negli indumenti e sanguinanti dalle ferite riportate, e quindi sopraffatti dal più grande numero di truppe i banditi furono presi; Parafanti, solo, appoggiato ad una robusta quercia dal grosso tronco e dalla chioma molto ampia, (Precisamente, percorrendo il canale irriguo di Cancello, a valle di questo, dopo le case ormai diroccate di località Chiuso, ed un po’ prima del torrentello nominato Romba, insisteva questa enorme quercia, che a memoria di gente ancora viventi la chiamavano “A cerza da Carvunera per la grandissima quantità di carbone che da questa quercia si ricavò. Lungo il sentiero antico che porta a fulinella, proprio dopo aver superato il torrente c’è un (Sito di geofisica) Pietra di grandi dimensioni nominata (A petra e Caruvetta). Salendo poi fino all’imbocco (Gorgia) del canale, pochi passi più sopra esisteva una cascatella del torrente Acquabianca, questa cascatella formava un piccolissimo laghetto soprannominato Vullu de Parafanti, presso questo posto sempre persone ancora viventi dicono che durante le giornate delle caldi estate vi si recavano per fare il bagno tante persone, oltreché anche tante mamme di famiglia per fare il bucato, le quali avevano il timore di trovare il posto occupato da persone in abiti succinti a fare il bagno“) ancora anche se ferito continua a combattere.
Si avanza un milite, e Parafante lo atterra con un colpo di pistola; poi un altro milite di Altilia, più coraggioso e cauto, di soppiatto fa un giro avvantaggiato dalla presenza di folti cespugli e alberi, pianta una pallottola nel petto di Parafanti e lo stramazza. (Si racconta che il brigante Parafanti indossava un corpetto antiproiettile che sul petto aveva una forma a V per essere indossato, e proprio dove questa parte a V vicino allo sterno la pallottola mortale trovò la strada libera per andare a conficcarsi nel petto del Capo Banda).
Parafanti emette un grido molto forte e acuto, steso al suolo butta via la sua carabina. Il prode milite lo crede morto, corre e con slancio si avventa sul corpo del temutissimo capobanda per fare bottino delle cose che il Parafante portava addosso.
Ma il furbo e astuto Parafante che si era finto morto lo stringe; con le braccia lo stringe come una morsa e gli conficca un coltello nella schiena e l’uccide, ad un terzo milite avventore, nella estrema convulsione con un morso gli mozza un dito pollice della mano e poi esala l’ultimo respiro appagato e vendicato.
“More Parafante e more cuntientu, novantanove ed unu cientu“.
Da racconto di persona vivente si dice che il Brigante Parafanti era una persona dal bellissimo aspetto alto con capelli lunghi e ricci, gli venne mozzata la testa, che fu tenuta su di un tavolo per due giorni.
Questo fatto risulta dal cortese racconto verbale fatto da Tommaso Maruca deceduto nel 1896, detto Pallottino di San Michele
Con la morte di Parafanti e di altri capibanda non si estinse del tutto il brigantaggio, ma……. seguiranno altri racconti in altre occasioni.

“”””””””””””””””

Giuseppe Antonio Scalise
Detto Valenti

Il 15 febbraio del 1811, furono eseguiti molti arresti da parte della Guardia Civica: Tommaso Antonio di Serra di Piro nel comune di Bianchi, Mastro Bruno Guzzo nel comune di Castagna, l’Ufficiale Civico nel comune di Pittarella, tutti, perché ritenuti protettori di briganti e detentori delle armi di Parafante.
Nei villaggi di Migliuso ed Angoli furono tratti in arresto Giuseppe Antonio , Domenico ed Antonio Scalise detti Valenti, Domenico e Saverio Scalise detti Pettinicchio perché avevano protetto e mantenuto nel loro fondo Valente Parafanti.
Per questo reato furono condannati dalla Commissione Militare alla pena Capitale e quindi impiccati a Nicastro alle 20’30 del 14 marzo .
Il 17 aprile venne catturato il Brigante Giosuè Mazza di San Pietro Apostolo, questa cattura venne effettuata dalla guardia civica di Serrastretta Aiello Antonio, che per questo servigio ottenne come gratifica la casa ed il giardino del Brigante.


“”””””””””””””””””””””

Ferdinando Scalise detto Cordaro

Ricordando racconti di Banditi e di briganti riferisco qualche episodio, riferentesi a dei nomi che per quante volte li ho sentiti nominare sono diventati familiari.
Racconto di un personaggio che per il soprannome che porta ricorda una località del fiume Gaccia “Cordaro” nei pressi del fiume Gaccia, salendo, a partire dal ponte che collega la zona Sarella alla zona Vingiale, a circa 800 mt. A monte di questo ponte, risalendo il fiume Gaccia che da sempre è conosciuto con il nome ( a Jumara e gaccia) fa’ un salto alto 4 mt circa, proprio questa cascata forma un laghetto chiamato fin dai tempi antichi “Vullu do Cordaru”, collegando il nome di questo posto con il soprannome del personaggio, prima di arrivare allu vullu do cordaru sulla destra dove il fiume svolta a destra, proprio sul costone di destra insiste (Sito di geofisica) una pietra di grandi dimensioni che affiora fuori dal suolo per circa tre metri, approssimativamente ha una grandezza di circa 40 metri cubici, bella da vedere e suggestiva da salirci sopra, la chiamiamo (A petra de Murizzu).
-In questo vullu tante volte durante i giorni più caldi delle estati della mia fanciullezza, in compagnia con mio fratello Franco e nostro cugino Armando, dopo aver fatto la solita capatina sopra la grande pietra, ci recavamo per fare dei tuffi (Che non consiglio ora a nessuno di fare, perché mentre ci tuffavamo si rischiava di andare a picchiare contro sassi e poi anche se la giornata è caldissima l’acqua è sempre molto fredda )-.
Questo personaggio detto Cordaro, faceva parte di una piccola comitiva con a capo Diego Mazza, ferdinando Scalise Cordaru dopo avere avuto dei litigi con i suoi congiunti di Accaria, per intimorirli, sparo sulla porta della loro casa, questi per difendersi denunciarono il fatto alla legge e dichiararono che un loro congiunto soprannominato Cordaru portava delle armi proibite ed era favoreggiatore del bandito Diego Mazza. U Cordaro informatosi che la legge lo braccava, si rese latitante, e si unì alla comitiva del Mazza, girovagò per le campagne fino al 1853.
La comitiva avendo sequestrato un certo Porchia Rocco di Sambiase, questo Sambiasino fu tenuto chiuso in una casella di campagna, nella contrada Cupa, (FORSE VALLE CUPA) a custodia dell’ostaggio fu messo Ferdinando Scalise Cordaro, il quale cedendo alle suppliche del Porchia, con generosità lo fece fuggire, quando il capobanda Diego Mazza fù di ritorno, non trovando il prigioniero, rimproverò in modo molto aspro u Cordaro tanto che lo scacciò dalla comitiva. U Cordaro rimasto solo a girovagare senza nessun supporto, nel 1854 fù arrestato in contrada Crapuzza (Zona che si trova lungo la strada che va da contrada Ferro di Serra stretta a Decollatura, e precisamente dopo la zona detta Cusino), venne condannato a 30 anni di carcere, fù tradotto a Pescara dove trascorsi 5 anni morì, il 13 aprile del 1859. Per correttezza accostare il soprannome di questo personaggio al luogo descritto, forse non anno niente in comune ma io li ha voluti accostare non si sa mai, ai posteri ulteriori ricerche.



Altri componenti della banda di Diego Mazza

Giuseppe Guzzo Facione di Miglierina, Vincenzo Scalise fu Gregorio Zambarano di Angoli e Pietro Scalise Scarabeo di Serrastretta si aggregarono alla banda del capo Diego Mazza, questi componenti risultarono molto feroci tanto da superare il capo banda. Avevano rubato, e perpretato reati atroci seminando terrore, in tante occasioni: avendo rubato in una casetta di campagna del sig. Scalise Giuseppe di Angoli, in un terreno di proprietà di Emanuele Cianflone, di Morelli Antonio, di Mascaro Tommaso, di Scalise Raffaele sgozzandogli il gregge, facendo perire in modo miserevole Antonio Donato di Feroleto davanti agli operai Pietro e Tommaso Mascaro.
Questi banditi ricercati ed inseguiti dai gendarmi dell’Alfieri Maddalena, nella notte tra il 6 ed il 7 maggio del 1854 nel villaggio di Migliuso, in quelle zone si disputò un lungo e ostinato scontro dal quale i banditi ne uscirono illesi, e inferociti ancora di più scorrazzando per le campagne lasciarono segni di grande malvagità. Infatti avevano sfogato la loro rabbia contro il malcapitato Nicola Scalise, che lo picchiarono a morte e uccisero anche i suoi armenti.
Il famigerato Zambarano nutriva odio contro i germani Virgilio e Angelo il quale era fabbro, il 22 maggio del 1854 all’imbrunire mentre i due fratelli uscivano da una bettola per fare rientro alla loro casa, furono colpiti da due fucilate sferrate dai banditi Diego Mazza e Zambarano, nascosti nell’orto Cibbia, Virgilio morì all’istante mentre il fratello Angelo cadde a terra ferito molto gravemente, in seguito riuscì a guarire, ma i banditi non soddisfatti, hanno voluto portare a termine i loro intenti iniziali tanto da consumare il delitto, uccidendo il fabbro Angelo Scalise nella sua fucina nella notte del 22 febbraio del 1855.
Presso il piano Calderone in territorio di Miglierina, il bandito Facione uccise per futili motivi Giuseppe Iuliano detto Culercio, nativo di San Pietro Apostolo, dopo di ciò, con l’ausilio di Diego Mazza e di Zambarano fu ucciso anche il fratello di Giuseppe, Antonio, che si trovava nei pressi di San Pietro Apostolo sopra la strada statale.
Il bandito Scarabeo si diede alla latitanza a causa che in un giorno dell’inizio dellìanno 1855, mentre il figlio di Gregorio Scalise, fratello di Pietro mentre pascolava i suoi suini, causò danno alle piantagioni di Antonio Fazio detto Pietroguido, il quale lo seppe subito e si porto nei pressi del fanciullo che con un bastone lo picchiò ripetutamente, il padre del fanciullo Gregorio dietro a tale brutalità gridò vendetta.
Era la domenica di Carnevale dello stesso anno, e lo sventurato Antonio Fazio, tutto il giorno lo aveva trascorso suonando con le zampogne al seguito delle maschere per le vie di Serrastretta. Verso sera mentre faceva rientro nel suo fondo Tavano, fu seguito da Gregorio Scalise che giunti nella contrada Faghicello scagliò un colpo di scure alla testa del Fazio che cadde a terra esanime. La legge per questo efferato eccidio aveva emesso mandato di cattura contro il fratello di Gregorio, Pietro, che essendo innocente, e assalito dalla rabbia si diede alla latitanza.
Un giorno incontrato, Diego Mazza, gli chiese di essere accolto nella sua banda, ma la richiesta fù respinta.
Prima di arruolarsi chiese al padre dell’ucciso Gregorio Fazio di ritirare la denuncia, in quanto lui non aveva commeso il delitto, ma il Fazio rispose di dare il perdono solo dopo aver pagato molto caro il sangue del figlio, allora si nutrì di vendetta e si diede latitante.
Mentre Gregorio fazio il 3 luglio del 855 andava a Catanzaro, lo Scalise in compagnia di Diego, nascosti dietro a delle siepi, in contrada Amenta Territorio di Miglierina, dopo aver visto sopraggiungere il Fazio, lo chiamò e gli disse “ Gregorio tu non la vuoi finire di viaggiare per Catanzaro? Se non mi ritiri l’accusa seguiranno altri guai per te!” Il Fazio Rispose, “Il sangue di mio figlio chiede vendetta e tu devi darne conto alla legge per la sua morte. A questa risposta lo Scalise, perduta ormai tutta la pazienza, spianò il fucile ai reni del Fazio, e l’uccise sul colpo.---
Nel bosco a Caluodi nei pressi tra Polverini e San Michele, dimorava la banda di Diego Mazza, bisognosi di cibo e denaro, decisero di chiedere 500 ducati (L. 2.125) e le vettovaglie necessarie per due giorni al prete di San Michele. Questo temendo di essere di conseguenza redarguito dalla legge non acconsentì alla richiesta, a tale rifiuto, fece seguito un accanimento dei capi Banda Diego Mazza e Zambarano tanto che la sera di giovedì 7 giugno 1855, insieme ai componenti della banda si recarono a casa del parroco, bussarono alla porta che fù aperta, entrati si presentarono con il prestesto di chiedere un consiglio su quale comportamento assumere per presentarsi alla legge.
Il Prete li accolse con cortesia e li esortò elogiandoli per la decisione del bel gesto, a causa del quale avrebbero di sicuro avuto una grazia sovrana. Salutando con diligenza vollero che il prete li accompagnasse fino all’uscio, ma appena aprì la porta, subito con fare violento tirarono il parroco per le mani fuori dalla casa, e quindi li dovette seguire.
In seguito trasferitisi nei boschi della Sila, con l’ostaggio, lo liberarono dopo 10 giorni, dietro l’incasso di un riscatto di 1.000 ducati.






Racconti verbali:
Da racconti realmente accaduti, i briganti a Migliuso recatisi presso l’abitazione di Greco Santa Moglie di Vescio Antonio, chiedevano con insistenza cose da portare via, Zia Santa, sapendo che i briganti sequestravano bambini per poi chiedere il riscatto per la restituzione, in quella occasione aveva nascosto il Figlio Angelo sotto una Quadara, rassicurandogli di stare fermo e zitto.
La madre di Vincenzo Scalise conosciutoto Angelo di Migliuso, Zia Assunta figlia di Z’Anziana di Angoli raccontava che in contrada Valente dopo gli arresti di briganti avevano rinvenuto una moltitudine di teste di capra, sicuramente era stato il nutrimento dei briganti mentre dimoravano in quel luogo.
Note-- Queste pagine di racconto sono scaturite dall’appassionata lettura del libro “ Storia di Serrastretta…” Autore Filippo Bruni- che raccogliendo l’invito scritto a seguirne l’esempio e colmare ove possibile l‘opera, con il mio lavoro ho cercato di arricchire con dei racconti a me fatti da persone ancora viventi, che sono appassionate della storia che ha solcato la nostra zona, grazie di cuore a tutti coloro che dialogando con me, mi hanno offerto il loro ausilio.

Contesto storico dal 1806 al 1812

Nel 1806 I Francesi occupano il Regno di Napoli, Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone ne diviene Re; I Borbone si rifugiano in Sicilia.
L’anno dopo la Toscana è annessa all’impero Napoleonico.
Lo stato pontificio viene occupato dai Francesi, che due anni dopo viene annesso all’impero napoleonico ed il Papa viene condotto prigioniero in Francia. .
Sul trono di Napoli a Giuseppe Bonaparte che assume la corona di Spagna succede Gioacchino Murat.
In questo anno Ugo Foscolo compone Dei sepolcri,
Ludwig Van Beethoven compone La sesta Sinfonia (Pastorale) e la settima.

Luciano Antonio Cantafio, nato a Migliuso di Serrastretta il13 12 1952 e dichiarato all’anagrafe il 03 01 1953, è diplomato all’Istituto Magistrale Statale G. De Nobili di Nicastro ora Lamezia Terme.
E’ stato membro per 8 anni del comitato festa di Migliuso.
Ha formato e diretto un circolo ACLI a Migliuso con adesioni di Angoli e Cancello.
E’ stato presidente della locale Associazione Sportiva MAC 3.
Il Mondo non è ciò che noi vediamo
ma è ciò che le persone viaggiatrici e innamorate,
che si sentono cittadini del mondo,
ce ne hanno detto, e ci dicono giornalmente.
Il sentimento che mi ha mosso è quello che ubbidisce, all’amicizia, alla lealtà, alla sincerità, al mio lavoro diversissimo o simile al mio di quanti mi hanno preceduto, e di quanti ne seguiranno…..

Migliuso di Serrastretta, mercoledì 24 settembre 2008
Luciano Antonio Cantafio

Quando,…
dopo cena,…
nelle sere,...
davanti alla legna scoppiettante,…
un anziano qualsiasi dopo aver parlato delle cose da fare il giorno dopo, e ancora la legna da ardere durava, iniziava come per caso a raccontare di storie antiche, di gente brava e di gente cattiva, banditi, briganti, ladri, fuggiaschi, fuorilegge,…
noi piccoli con orecchie attente ed occhi spalancati, ascoltavamo in silenzio senza perdere una sola parola, fingevamo atteggiamenti normali, ma dentro di noi ascoltando quelle storie di rapine, di sorprusi, di eccidi la paura faceva novanta…
e poi il sonno era l’unica medicina che attutiva la paura……

Frutto di amorevole passione per
I nostri luoghi ed i fatti storici
dedicato a perpetua Ricordanza

Racconti verbali:
Da racconti realmente accaduti, i briganti a Migliuso recatisi presso l’abitazione di Greco Santa Moglie di Vescio Antonio, chiedevano con insistenza cose da portare via, Zia Santa, sapendo che i briganti sequestravano bambini per poi chiedere il riscatto per la restituzione, in quella occasione aveva nascosto il Figlio Angelo sotto una Quadara, rassicurandogli di stare fermo e zitto.
La madre di Vincenzo Scalise detto Angelo di Migliuso, Zia Assunta figlia di Z’Anziana di Angoli raccontava che in contrada Valente dopo gli arresti di briganti avevano rinvenuto una moltitudine di teste di capra, sicuramente era stato il nutrimento dei briganti mentre dimoravano in quel luogo.

Informazioni Personali

La mia foto
Cancello SERRASTRETTA, Catanzaro, Italy
MIGLIUSO-ANGOLI-CANCELLO- SAN MICHELE E D'INTORNI il nome MACS4 è un acronimo, le iniziali dei nomi dei 4 paesi soprannominati. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 2001. Le immagini pubblicate sono quasi tutte di proprietà. Le rimanenti sono tratte da internet e quindi di pubblico dominio.